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Amakorà: Il Suono dell'Anima della Calabria

Writer: Emily Fata
Emily Fata
Jun 6, 2025
6 min read
Scopri Amakorà in questa intervista al musicista e autore Sandro Scidà. Immergendoti nella musica della band, scoprirai un connubio tra tradizione e innovazione, oltre all’amore della terra per la Calabria.
Sei uomini posano con sicurezza davanti a un muro rustico in pietra e a una porta di legno, con il logo AMAKORÀ sovrapposto.
Photo courtesy of Amakorà.
Un grande grazie alla mia fantastica cugina Vittoria Urzetta per avermi aiutata con la traduzione (perché no, non sono ancora sicura al 100% delle mie capacità giornalistiche in italiano).

Immagina questo: stai attraversando gli uliveti e l'aria profumata di fiori della Calabria, Italia. Il sole cala dolcemente sulle colline, gettando un bagliore dorato sui villaggi di pietra che sembrano crescere dalla terra stessa.


All'improvviso, lo senti provenire dallo stereo di un'auto con il finestrino completamente abbassato: un battito di tamburo come un battito cardiaco, una voce che risuona in dialetto e una melodia che sembra sia antica che completamente nuova. Questi sono gli Amakorà. Non solo una band, ma un movimento. Un ponte tra generazioni, una lettera d'amore alla Calabria e un paesaggio sonoro vivente e pulsante di una delle regioni meno conosciute d'Italia.


Ho avuto il piacere di parlare con Sandro Scidà, Autore e Musicista degli Amakorà, per saperne di più sulla sua band (e indovina un po'? Questa è anche la prima intervista che ho fatto in italiano, quindi penso che possiamo confermare che le mie lezioni di lingua stanno davvero funzionando).


Ciò che segue è più di un'intervista; è un invito nel cuore di una band nata dalle radici, dal ritmo e dalla ribellione.


Amakorà: Un Nome Forgiato dall'Amore per la Calabria


Iniziamo con il nome. Amakorà. Anche solo pronunciarlo ad alta voce sembra lanciare un incantesimo. Ma come ha spiegato Sandro, non è stato scelto a caso.


«Il progetto inizialmente si chiamava 'Subsicinum', un nome legato al territorio vazzanese: era un sito romano antico nei pressi di Vazzano, distrutto da un terremoto. Si dice che i profughi di Subsicinum abbiano fondato l'attuale Vazzano, il nostro paese».


Bello, vero? Tuttavia, Sandro ammette: «Era un nome troppo difficile da ricordare e poco memorabile dal punto di vista del marketing». Così, la band si è chiusa in una stanza per una settimana con libri, dizionari e una buona dose di passione.


«Così è nata la parola 'Amakorà'. È una parola che abbiamo inventato unendo due parti: 'ama', dal verbo 'amare', e 'korà', che suona simile alla parola greca 'chora', che significa 'terra' o 'territorio'. Quindi, per noi, significa 'amore per la propria terra', e riflette il nostro profondo legame con la Calabria, che esprimiamo attraverso la musica».


Questo non è solo branding. Questo è appartenenza. «Amakorà è la nostra dichiarazione d'amore per la terra, e cerchiamo di rifletterlo nei nostri testi e nelle esibizioni dal vivo».



Tradizione con un Tocco: Il Suono della Contaminazione


Quando ascolti gli Amakorà, non stai solo ascoltando tamburelli e tarantelle. Stai ottenendo qualcosa di più grande, più audace, più stratificato. Sandro ha spiegato come la band naviga questa linea delicata tra tradizione e innovazione.


«Per noi, la musica è un mezzo. Il fine non è il suono stesso, ma ciò che vogliamo esprimere con esso. Il concetto viene sempre prima: il messaggio, l'emozione, il significato della canzone».


Quindi, come si traduce questo nella pratica? Se stanno raccontando la storia di un antico rituale, il suono potrebbe essere grezzo, terroso, ridotto alle sue radici. Tuttavia, se stanno cantando qualcosa di attuale, qualcosa di vivo e pulsante, la produzione potrebbe inclinarsi verso un suono più moderno.


«Non mettiamo muri», ha detto Sandro. «Anzi, crediamo che la musica folk, nelle sue origini, non fosse pura. Era un mix di tutto ciò che accadeva in quel territorio. In Calabria, influenze arabe, normanne, bizantine e molte altre si sono mescolate e hanno creato ciò che ora consideriamo folk. Quindi, la vera tradizione è la contaminazione».


Che parola deliziosa da usare in modo così positivo: contaminazione. Amakorà la tratta non come una macchia, ma come un distintivo d'onore. «Ci lasciamo contaminare mantenendo un occhio sulle nostre radici culturali».


Foto fornite dagli Amakorà.
Foto fornite dagli Amakorà.

Il Pubblico È lo Spettacolo: Cosa Si Prova a Essere Lì


Ho voluto chiedere a Sandro cosa si prova a essere sul palco durante un loro concerto? Voglio dire, so com'è essere nel pubblico (è stato il mio primo e secondo concerto che ho mai vissuto fuori dal Canada!). Rispondendo, Sandro non ha esitato.


«Nei nostri concerti, vogliamo che le persone provino emozioni. Non si tratta solo di intrattenimento. Vogliamo che ci sia catarsi». E oh, c'è. I loro spettacoli non riguardano fuochi d'artificio o trucchi appariscenti. Riguardano il battito collettivo. Il momento in cui gli estranei diventano una comunità temporanea.


Pensa a intrecciare le braccia con i tuoi amici e girare intorno alla piazza mentre canti a squarciagola i testi insieme a loro. Pensa a battere il ritmo mentre il tuo corpo si muove al suono della musica. Pensa alla pura gioia di far parte di qualcosa destinato a essere vissuto collettivamente, tanto che ti cambia un'intera serata (e oltre).


«Ci interessa toccare il cuore delle persone, creare uno spazio in cui la comunità possa vivere qualcosa insieme, anche se ognuno entra con esperienze diverse».


Se stai immaginando una band distaccata sul palco, dimenticalo. «Rompiamo la quarta parete», mi ha detto Sandro. «Vogliamo che le persone si sentano parte di qualcosa, non solo spettatori passivi. Infatti, per noi, il pubblico è parte dello spettacolo. Ogni concerto è unico, ed è il pubblico che lo rende tale».


Se mai assisterai a un concerto degli Amakorà, non preoccuparti di restare seduto (cioè, se riesci anche a trovare un posto). Non sei lì per osservare. Sei lì per partecipare.


Testi Che Scavano in Profondità: Emigrazione, Memoria e Significato


Se ti aspetti testi banali o ritornelli vuoti, torna indietro ora. Gli Amakorà scrivono canzoni partendo da testi antichi tramandati dagli anziani del paese ma scavano anche in profondità, spesso nelle verità più dolorose e belle della Calabria. Emigrazione, resistenza, terra, identità: questi non sono solo temi, sono pietre angolari.


Ma da dove iniziano le loro canzoni? Sandro ha condiviso che il processo è fluido. «A volte i testi vengono prima, soprattutto se c'è una storia che ci colpisce o qualcosa che vogliamo condividere. Altre volte, il suono viene prima, un ritmo o una melodia che evoca una certa atmosfera».


Non è nemmeno uno spettacolo da solista. «Lavoriamo collettivamente. Spesso, una persona porta un'idea, e poi ci lavoriamo tutti insieme, finché non sentiamo di aver trovato la forma giusta. È un processo lungo e a volte faticoso, ma è anche ciò che dà alle nostre canzoni la loro profondità e coerenza».


Lo puoi sentire, anche. Queste sono canzoni che sono state modellate, non prodotte in serie. Canzoni che sembrano essere state vissute prima di essere scritte.


La Calabria come Musa e Missione


La Calabria, come ti dirà qualsiasi locale, è un paradosso. È tanto resiliente quanto grezza, tanto complessa quanto affascinante. Ma cosa significa rappresentare questa terra attraverso la musica? Sandro ha risposto con la gravità che ti aspetteresti da qualcuno che ha fatto di questa domanda il lavoro della sua vita.


«È una grande responsabilità, ma anche un onore. Ci sentiamo parte di un processo di recupero dell'identità che sta avvenendo in tutta la regione». In effetti, c'è una silenziosa rivoluzione culturale che sta accadendo qui. Una in cui i giovani calabresi stanno tornando alle radici della loro eredità, rispolverando i dialetti e le fiabe popolari, e rendendosi conto che non sono reliquie, ma piuttosto risorse.


«Attraverso la musica, cerchiamo di offrire una narrativa diversa della Calabria: non solo i soliti stereotipi, ma una terra viva, complessa e dinamica. Parliamo dei suoi problemi, ma anche dei suoi punti di forza. Cantiamo il dolore, ma anche la bellezza».


Ecco la frase che mi è rimasta impressa molto tempo dopo la fine della nostra conversazione: «Vogliamo che i giovani si sentano orgogliosi di essere calabresi. Che non sentano di dover cancellare le loro origini per essere accettati o per sentirsi moderni. Perché l'identità non è un peso, è una risorsa. È qualcosa da cui puoi sempre attingere, per creare qualcosa di nuovo».


Foto fornite dagli Amakorà.
Foto fornite dagli Amakorà.

Come discendente di un vazzanese nato e cresciuto in Canada, anch'io sono molto orgogliosa di essere calabrese. Quest'anno, in Italia (e oltre), ha risvegliato in me qualcosa che sento profondamente ancestrale, come se fosse sempre stato lì, solo in attesa di essere nutrito e incoraggiato. Tuttavia, penso che questo profondo amore per la Calabria non debba essere qualcosa che scorre solo nel tuo sangue; può essere abbracciato e sentito da chiunque in Italia o oltre i confini italiani.


Questa è la cosa più bella della musica, non è vero? Può unire le persone in modi che potresti non aver nemmeno considerato.


In Conclusione


Quando finisci di ascoltare una canzone degli Amakorà—e intendo davvero ascoltarla, non solo riprodurla mentre scorri Instagram—capirai qualcosa di più profondo sulla Calabria. Questa non è solo una band. È un vascello. Un narratore. Un costruttore di comunità.


Sandro e i suoi compagni di viaggio stanno tessendo un legame tra passato e presente, tra tradizione e innovazione, portando alla luce storie spesso dimenticate e dando voce a chi troppo spesso è stato messo a tacere.


Se vuoi davvero conoscere la Calabria, non solo come destinazione turistica, ma come esperienza viva, ascolta gli Amakorà, perché attraverso la loro musica, la Calabria parla con voce antica e moderna, dolce e feroce, vulnerabile e forte.


Puoi seguire gli Amakorà puoi utilizare i seguenti siti:



 
 
 
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